Documenti

2° Conferenza Tre discussioni sul presente

Perché il soccorso in mare non dovrebbe esistere. Ovvero delle vie legali e sicure

📢 Il 𝗖𝗢𝗠𝗜𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗣𝗘𝗥 𝗜𝗟 𝗗𝗜𝗥𝗜𝗧𝗧𝗢 𝗔𝗟 𝗦𝗢𝗖𝗖𝗢𝗥𝗦𝗢, costituitosi nel novembre scorso, svolge una funzione di “tutela morale” delle attività di soccorso in mare e di difesa giuridica informata e autorevole delle ONG.

Tra le sue finalità la promozione di una discussione pubblica intorno al tema del diritto al soccorso. Altro obiettivo è agevolare le relazioni tra le ONG e istituzioni.

All’interno di questo perimetro operativo, il Comitato organizza una serie di conferenze dal titolo “𝗧𝗥𝗘 𝗗𝗜𝗦𝗖𝗨𝗦𝗦𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗦𝗨𝗟 𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗧𝗘” che si terranno nei mesi di febbraio, marzo, aprile 2021.

Gli eventi saranno in diretta sulle pagine Facebook e YouTube del Comitato.

🔴 2° conferenza “Perché il soccorso in mare non dovrebbe esistere. Ovvero delle vie legali e sicure”
> 24 marzo ore 18.00
introduce: Luigi Manconi
intervengono: Gherardo Colombo, Annalisa Camilli, Paolo Naso, Armando Spataro, Francesca Mannocchi

1° Conferenza Tre discussioni sul presente

Il diritto al soccorso come principio irrinunciabile. Diritto del mare e diritto internazionale

📢 Il 𝗖𝗢𝗠𝗜𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗣𝗘𝗥 𝗜𝗟 𝗗𝗜𝗥𝗜𝗧𝗧𝗢 𝗔𝗟 𝗦𝗢𝗖𝗖𝗢𝗥𝗦𝗢, costituitosi nel novembre scorso, svolge una funzione di “tutela morale” delle attività di soccorso in mare e di difesa giuridica informata e autorevole delle ONG.

Tra le sue finalità la promozione di una discussione pubblica intorno al tema del diritto al soccorso. Altro obiettivo è agevolare le relazioni tra le ONG e istituzioni.

All’interno di questo perimetro operativo, il Comitato organizza una serie di conferenze dal titolo “𝗧𝗥𝗘 𝗗𝗜𝗦𝗖𝗨𝗦𝗦𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗦𝗨𝗟 𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗧𝗘” che si terranno nei mesi di febbraio, marzo, aprile 2021.

Gli eventi saranno in diretta sulle pagine Facebook e YouTube del Comitato.

🔴 1° conferenza “Il diritto al soccorso come principio irrinunciabile. Diritto del mare e diritto internazionale”
> 24 febbraio ore 18.00

introduce: 𝗟𝘂𝗶𝗴𝗶 𝗠𝗮𝗻𝗰𝗼𝗻𝗶
intervengono: 𝗚𝗮𝗱 𝗟𝗲𝗿𝗻𝗲𝗿, 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗲𝘀𝗰𝗮 𝗱𝗲 𝗩𝗶𝘁𝘁𝗼𝗿, 𝗟𝘂𝗶𝗴𝗶 𝗙𝗲𝗿𝗿𝗮𝗷𝗼𝗹𝗶 𝗲 𝗩𝗶𝘁𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼 𝗔𝗹𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝗱𝗿𝗼
coordina: 𝗔𝗻𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝗮 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗹𝗶

A quattro anni dall’accordo Italia-Libia

Diffondiamo un articolo pubblicato da Sea Watch

Oltre 785 milioni spesi dall’Italia per sostenere un accordo che, senza fermare le morti in mare, ha consentito il respingimento in Libia di 50 mila persone, di cui 12 mila solo nel 2020.

Nell’anniversario della firma del Memorandum, l’appello al Parlamento di ASGI, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Oxfam e SeaWatch, per un’immediata revoca degli accordi con le autorità libiche e il ripristino delle attività di Ricerca e Soccorso nel Mediterraneo centrale.

(Roma, 2 febbraio 2021) Il bilancio, a quattro anni dall’accordo Italia-Libia sul contenimento dei flussi migratori, è sempre più desolante e riflette il fallimento della politica italiana ed europea, che continua a stanziare fondi pubblici col solo obiettivo di bloccare gli arrivi nel nostro paese, a scapito della tutela dei diritti umani e delle continue morti in mare. Senza disegnare nessuna soluzione di medio-lungo periodo per costruire canali sicuri di accesso regolare verso l’Italia e l’Europa.

È l’allarme diffuso oggi da ASGI, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Oxfam e SeaWatch, che rilanciano un appello urgente al Parlamento, per un’immediata revoca degli accordi bilaterali e il ripristino di attività istituzionali di Ricerca e Soccorso nel Mediterraneo centrale.

“Dalla firma dell’accordo, l’Italia, in totale continuità con l’approccio europeo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ha speso la cifra record di 785 milioni euro (1) per bloccare  i  flussi migratori in Libia e finanziare le missioni navali italiane ed europee.affermano le organizzazioni firmatarie dell’appello –  Una buona parte di quei soldi – più di 210 milioni di euro – sono stati spesi direttamente nel paese, ma purtroppo non hanno fatto altro che contribuire a destabilizzarlo ulteriormente e spinto i trafficanti di persone a convertire il business del contrabbando e della tratta di esseri umani, in industria della detenzione. La Libia non può essere considerata un luogo sicuro dove portare le persone intercettate in mare, bensì un paese in cui violenza e brutalità rappresentano la quotidianità per migliaia di migranti e rifugiati“.

Libia: tutt’altro che porto sicuro

Come riconosciuto dalle istituzioni internazionali ed europee, comprese le Nazioni Unite e la Commissione europea, la Libia non può in alcun modo essere considerata un luogo sicuro dove far sbarcare le persone soccorse in mare: sia perché è un Paese instabile, dove non possono essere garantiti i diritti fondamentali, sia perché migranti e rifugiati sono sistematicamente esposti al rischio di sfruttamento, violenza e tortura e altre gravi e ben documentate violazioni dei diritti umani. Eppure, continua ad aumentare il contributo italiano ed europeo alla Guardia Costiera libica, che negli ultimi 4 anni ha intercettato e riportato forzatamente nel Paese almeno 50 mila persone, 12 mila solo nel 2020.

Molti vengono detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione ufficiali, dove la popolazione oscilla tra le 2.000 e le 2.500 persone. Tuttavia, meno noti sono i numeri dei detenuti in altri luoghi di prigionia clandestini a cui le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie non hanno accesso e dove le condizioni di vita sono persino peggiori.  La detenzione arbitraria è però solo una piccola parte del devastante ciclo di violenza, in cui sono intrappolati migliaia di migranti e rifugiati in Libia. Uccisioni, rapimenti, maltrattamenti a scopo di estorsione sono minacce quotidiane, che continuano a spingere le persone alle pericolose traversate in mare, in assenza di modi più sicuri per cercare protezione in Europa.

Obiettivo raggiunto: nessun soccorso nel Mediterraneo centrale

Dal 2017 – denunciano ancora le 6 organizzazioni – sono stati spesi 540 milioni di euro dall’Italia, solo per finanziare missioni navali nel Mediterraneo, il cui scopo principale non era quello di soccorrere le persone. Nello stesso periodo, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), quasi 6.500 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo centrale, mentre tutti i governi italiani che si sono succeduti hanno ostacolato l’attività delle navi umanitarie, senza fornire alternative alla loro presenza in mare. Persino le recenti modifiche della normativa in materia di immigrazione non hanno di fatto eliminato il principio di criminalizzazione dei soccorsi in mare, che era stato introdotto dal secondo Decreto Sicurezza.

Nel corso del 2020, l’Italia ha bloccato inoltre sei navi umanitarie con fermi amministrativi basati su accuse pretestuose, lasciando il Mediterraneo privo di assetti di ricerca e soccorso e ignorando, allo stesso tempo, le segnalazioni di imbarcazioni in pericolo. Contribuendo così alle 780 morti e al respingimento di circa 12.000 persone, documentate durante il corso dell’anno dall’OIM.

Infatti, la risposta delle istituzioni Ue alla crisi umanitaria nel Mediterraneo centrale si limita alle operazioni di monitoraggio aereo di Frontex, EUNAVFORMED Sophia e, ora, Irini, che di fatto contribuiscono spesso alla facilitazione dei respingimenti verso la Libia. Intanto le operazioni di monitoraggio aereo civile, seppur discontinue e anch’esse ostacolate, nel 2020 hanno avvistato quasi 5.000 persone in pericolo in mare in 82 casi, testimoniando continui episodi di mancata o ritardata assistenza da parte delle autorità.

Dall’Italia, nessuna notizia sulla dichiarata modifica dell’accordo

Infine, pur di fronte al tragico fallimento dell’accordo da anni sotto gli occhi dell’opinione pubblica –sottolineano le organizzazioni – nulla si è più saputo rispetto alla proposta libica di modifica del Memorandum, annunciata il 26 giugno 2020 e che a detta del Ministro degli Esteri Luigi di Maio andava “nella direzione della volontà italiana di rafforzare la piena tutela dei diritti umani”.

Né tantomeno sono stati resi noti gli esiti della riunione del 2 luglio 2020 del Comitato interministeriale italo-libico, o se ci siano stati nuovi incontri, e neppure a quali eventuali esiti finali sia giunto il negoziato che avrebbe dovuto portare un deciso cambio di rotta nei contenuti dell’accordo.

L’appello al Parlamento

Tenendo conto dell’attuale crisi politica, le organizzazioni chiedono quindi al Parlamento di istituire una Commissione di inchiesta, che indaghi sul reale impatto dei soldi spesi in Libia e sui naufragi nel Mediterraneo e di presentare un testo che impegni il Governo a:

  • interrompere l’accordo Italia-Libia, subordinando qualsiasi futuro accordo bilaterale alla transizione politica della crisi libica, nonché alle necessarie riforme del sistema giuridico che eliminino la detenzione arbitraria e prevedano adeguate misure di assistenza e protezione per migranti e rifugiati;
  • dare l’indirizzo a non rinnovare le missioni militari in Libia, chiedendo con forza la chiusura dei centri di detenzione nel paese nord-africano;
  • promuovere, in sede europea, l’approvazione di un piano di evacuazione dalla Libia delle persone più vulnerabili e a rischio di subire violenze, maltrattamenti e gravi abusi;
  • dare mandato per l’istituzione di una missione navale europea con chiaro compito di ricerca e salvataggio delle persone in mare;
  • promuovere, in sede europea, l’approvazione di un meccanismo automatico per lo sbarco immediato e la successiva redistribuzione delle persone in arrivo sulle coste meridionali europee, sulla base del principio di condivisione delle responsabilità tra stati membri su asilo e immigrazione;
  • promuovere la revoca dell’area di ricerca e soccorso libica, poiché solo finalizzata all’intercettazione e al respingimento illegale delle persone in Libia;
  • riconoscere il ruolo delle organizzazioni umanitarie nella salvaguardia della vita umana in mare, mettendo fine alla loro criminalizzazione e liberando le loro navi ancora sotto fermo.

NOTE:

  1. il dettaglio dei fondi spesi è riportato da questa tabella di analisi elaborata da Oxfam
MISSIONE 2017 2018 2019 2020 TOT
4 MISSIONI IN LIBIA       0
21 (Poi divenuta 20) UNSMIL 0,5 0,4 0,1 0,1 1,1
22 (Poi divenuta 21) Missione bilaterale supporto Libia 43,6 49,1 49,0 47,9 189,6
23 (Poi divenuta22) Supporto Guardia Costiera Libica 3,6 1,6 6,9 10,0 22,1
24 EUBAM 0,3 0,3 0,3 0,3 1,1
TOTALE 4 MISSIONI IN LIBIA 47,9 51,4 56,3 58,3 213,9
MARE SICURO 83,9 84,7 85,2 79,0 332,8
EUNAVFORMED/IRINI* 43,1 42,5 41,3 24,9 151,8
SEAGUARDIAN 17,5 17,7 6,3 15,0 56,5
FONDI DEVOLUTI AD Agenzie delle Nazioni Unite attraverso il Fondo Africa** 30,0 30,0
785,0

La condanna dell’ONU contro l’Italia

L’Italia non è riuscita a salvare più di 200 migranti, rileva il Comitato delle Nazioni Unite

GINEVRA (27 gennaio 2021) – L’Italia non è riuscita a tutelare il diritto alla vita di oltre 200 migranti che erano a bordo di una nave affondata nel Mediterraneo nel 2013, ha rilevato il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite.

In una decisione pubblicata oggi, il Comitato per i diritti umani ha affermato che l’Italia non ha risposto prontamente alle varie chiamate di soccorso dalla barca che affondava e che trasportava più di 400 adulti e bambini. Lo Stato italiano ha anche omesso di spiegare il ritardo nell’invio della sua nave della marina, ITS Libra, che si trovava a solo un’ora circa dalla scena.

La decisione del Comitato risponde a una denuncia congiunta presentata da tre siriani e un cittadino palestinese, sopravvissuti all’incidente ma che hanno perso le loro famiglie. Il 10 ottobre 2013 sono arrivati ​​a Zuwarah, un porto di pescatori in Libia e si sono uniti a un folto gruppo di persone in gran parte in fuga dalla Siria. Si sono imbarcati su un peschereccio e sono salpati intorno all’una di notte. Poche ore dopo,  la barca imbarcava acqua stava perché colpita da un’altra barca battente bandiera berbera in acque internazionali, a 113 km a sud dell’isola italiana di Lampedusa e 218 km a sud di Malta.

Uno dei naufraghi a bordo ha chiamato il numero italiano per le emergenze in mare, dicendo che stavano affondando e inoltrando le coordinate della barca. Ha chiamato più volte nelle ore successive, ma solo dopo le 13:00 è stato informato che, poiché si trovavano nella zona di ricerca e soccorso maltese, le autorità italiane avevano inoltrato la loro chiamata di soccorso all’autorità maltese. Nonostante l’emergenza, l’operatore italiano ha trasmesso loro solo il numero di telefono del Centro di coordinamento dei soccorsi di Malta.

I migranti hanno fatto diverse telefonate, sempre più disperate, al Centro di coordinamento del soccorso e alle forze armate di Malta tra le 13:00 e le 15:00. Quando una motovedetta maltese è arrivata sulla scena alle 17:50, la nave si era già capovolta. Come da richiesta urgente di Malta, l’Italia ha finalmente ordinato alla sua nave della marina militare ITS Libra, che si trovava nelle vicinanze della barca, di andare in soccorso dopo le 18:00. A causa del ritardo nell’azione, oltre 200 persone, tra cui 60 bambini, sono annegate. Alcuni migranti sopravvissuti hanno portato le autorità italiane davanti a vari tribunali e al Comitato poiché l’Italia non ha adottato misure appropriate per salvare i loro parenti e quindi ha violato il loro diritto alla vita. “È un caso complesso. L’incidente è avvenuto nelle acque internazionali all’interno della zona di ricerca e soccorso maltese, ma il luogo era effettivamente più vicino all’Italia e ad una delle sue navi militari. Se le autorità italiane avessero diretto immediatamente la sua nave da guerra e le barche della guardia costiera dopo le chiamate di soccorso, il salvataggio sarebbe arrivato almeno due ore prima che la barca affondasse”, ha detto il membro del comitato Hélène Tigroudja. “Gli Stati parti sono tenuti, in base al diritto internazionale del mare, a prendere provvedimenti per proteggere la vita di tutti gli individui che si trovano in una situazione di pericolo in mare. Anche se la nave che stava affondando non si trovava nella zona di ricerca e soccorso italiana, le autorità italiane avevano il dovere di sostenere la missione di ricerca e soccorso per salvare le vite dei migranti. L’azione ritardata dell’Italia ha avuto un impatto diretto sulla perdita di centinaia di vite “, ha aggiunto Tigroudja. Il Comitato ha esortato l’Italia a procedere con un’indagine indipendente e tempestiva e a perseguire i responsabili. Anche l’Italia e gli altri paesi coinvolti nella tragedia devono fornire un risarcimento efficace a coloro che hanno perso la famiglia nell’incidente. Un reclamo parallelo presentato contro Malta è stato respinto dal Comitato in quanto i querelanti non hanno avviato procedimenti legali davanti ai tribunali di Malta, che è uno dei requisiti, prima di presentare il loro caso al Comitato.

Ciò che resta irrisolto. Un nuovo commento al decreto 130 | Arturo Salerni

Ciò che resta irrisolto. Un nuovo commento al decreto 130

La libertà dei migranti. Un primo commento al decreto 130 | Federica Resta

La libertà dei migranti. Un primo commento al decreto 130 | Federica Resta

“Voglio darvi una mano” | Ciro Santoriello

“Voglio darvi una mano” | Ciro Santoriello

I Missionari Scalabriniani: “siamo con voi”

I Missionari Scalabriniani: “siamo con voi”


Comitato per il diritto al soccorso